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Il Belgio alla fine della seconda guerra mondiale necessitava di una nuova mano d’opera, poco qualificata e disposta e scendere in miniera. Questa domanda di mano d’opera venne colmata dagli operai stranieri, in particolare da italiani sopratutto nel primo decennio post-bellico. L’Italia è la prima nazione ad inviare i suoi uomini a lavorare in Belgio nell’ambito di accordi bilaterali per lo scambio tra mano d’opera e carbone. Il Belgio impiegò in seguito mano d’opera in prevalenza dai paesi mediterranei in ritardo economico. Con il passare dei decenni, i lavoratori italiani uscirono progressivamente dal loro iniziale isolamento inserendosi nella vita civile belga. La politicizzazione dei gruppi migranti si realizzò lentamente nonostante le forti pressioni. Si ricongiunsero le famiglie, passando dalla vita nelle baracche alla ricerca di una casa autonoma, spesso tenendo unite le comunità provenienti dalle medesime aree geografiche. Si crearono ghetti italiani, spesso nei quartieri minerari ostili. I bambini italiani iniziarono a frequentare le scuole locali, mettendo realmente in comunicazione per la prima volta due mondi paralleli.<br /><br />Quando arrivano i primi treni di lavoratori italiani, il clima culturale non è certo buono. Vengono principalmente assimilati al regime fascista, al nemico vinto. D’altro canto, le loro condizioni di vita sono disastrose. Ammucchiati negli ex campi di prigionia tedeschi in una promiscuità indiscutibile e in condizioni igieniche deplorevoli i ghetti minerari dove sono emarginati gli italiani diventano un tema ricorrente di critica xenofoba. Questi numerosi gruppi maschili, sporchi, rumorosi e a volte violenti vengono visti come una “minaccia” per l’ordine e la moralità. Nell’immaginario pubblico, l’italiano diventa la figura più negativa della scala sociale di pari passo con quella del “minatore”. Inoltre l’operaio italiano accetta, per mancanza di forza contrattuale, un lavoro mal remunerato, pericoloso ed insalubre. Nei quartieri dei minatori, vengono rapidamente definiti come “rovina lavoro” perché accettano condizioni lavorative estreme. Non ultimo, il lavoratore italiano non è preparato al lavoro in miniera e spesso diventa oggetto/soggetto d’incidenti. Paradossalmente, sarà spesso tacciato di essere un lavativo, un commediante, pronto perfino a farsi male pur di non lavorare.
Il Belgio alla fine della seconda guerra mondiale necessitava di una nuova mano d’opera, poco qualificata e disposta e scendere in miniera. Questa domanda di mano d’opera venne colmata dagli operai stranieri, in particolare da italiani sopratutto nel primo decennio post-bellico. L’Italia è la prima nazione ad inviare i suoi uomini a lavorare in Belgio nell’ambito di accordi bilaterali per lo scambio tra mano d’opera e carbone. Il Belgio impiegò in seguito mano d’opera in prevalenza dai paesi mediterranei in ritardo economico. Con il passare dei decenni, i lavoratori italiani uscirono progressivamente dal loro iniziale isolamento inserendosi nella vita civile belga. La politicizzazione dei gruppi migranti si realizzò lentamente nonostante le forti pressioni. Si ricongiunsero le famiglie, passando dalla vita nelle baracche alla ricerca di una casa autonoma, spesso tenendo unite le comunità provenienti dalle medesime aree geografiche. Si crearono ghetti italiani, spesso nei quartieri minerari ostili. I bambini italiani iniziarono a frequentare le scuole locali, mettendo realmente in comunicazione per la prima volta due mondi paralleli.

Quando arrivano i primi treni di lavoratori italiani, il clima culturale non è certo buono. Vengono principalmente assimilati al regime fascista, al nemico vinto. D’altro canto, le loro condizioni di vita sono disastrose. Ammucchiati negli ex campi di prigionia tedeschi in una promiscuità indiscutibile e in condizioni igieniche deplorevoli i ghetti minerari dove sono emarginati gli italiani diventano un tema ricorrente di critica xenofoba. Questi numerosi gruppi maschili, sporchi, rumorosi e a volte violenti vengono visti come una “minaccia” per l’ordine e la moralità. Nell’immaginario pubblico, l’italiano diventa la figura più negativa della scala sociale di pari passo con quella del “minatore”. Inoltre l’operaio italiano accetta, per mancanza di forza contrattuale, un lavoro mal remunerato, pericoloso ed insalubre. Nei quartieri dei minatori, vengono rapidamente definiti come “rovina lavoro” perché accettano condizioni lavorative estreme. Non ultimo, il lavoratore italiano non è preparato al lavoro in miniera e spesso diventa oggetto/soggetto d’incidenti. Paradossalmente, sarà spesso tacciato di essere un lavativo, un commediante, pronto perfino a farsi male pur di non lavorare.
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